STEVE KLAUS: “Il maestro dei maestri”

     

Nino e Patrizio me l’hanno confermato: era il migliore!

Un po’ di tempo fa, parlando con Nino Benvenuti in visita in Federazione, tra le prime cose, udii fare al campionissimo istriano il nome magico: Steve Klaus. “Fu il mio primo tecnico azzurro quando arrivai, nel 1951 da peso leggero, ai collegiali di Porto Recanati. Da lui appresi molto, non solo a livello di tecnica e tattica, ma soprattutto a livello comportamentale e mentale. Come gestirmi, avere sempre rispetto per l’avversario. Ricordo che nel dicembre del 1968, dopo aver difeso il mio titolo mondiale dall’attacco di Don Fullmer, ebbi modo di ribadirlo al giornalista Maurizio Mosca. Sta sulla Gazzetta dello Sport, nel titolo dell’intervista: «Mi vanto di non essere una macchina da pugni, faccio la vera boxe, quella che solo Steve Klaus sa insegnare»”.

Sempre un po’ di tempo fa, mentre raccoglievo materiale per il libro dei 100 anni, ma questa volta a Napoli, toccò a Patrizio Oliva nominare Klaus.  “La prima volta che l’incontrai fu a un campionato regionale alla palestra Olimpia a piazza Dante, tenevo tredici anni. Vinsi e si complimentò. In seguito, venne più volte a trovarci giù alla Fulgor, e ricordo i suggerimenti che dava per farti migliorare, ad esempio il modo corretto di portare un colpo e pesarlo perfettamente sul corpo dell’avversario. Se sono diventato campione olimpico, un ringraziamento speciale lo devo a Klaus”.  Vero. E infatti l’asso napoletano mi mostrò una cartolina spedita al maestro da Mosca, nei giorni stessi del trionfo nei superleggeri con l’assegnazione della Val Barker.

Affermava la scrittrice di gialli Agatha Christie che due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova. E il terzo “clue” della serie lo  riscontriamo in una fotografia con dedica. La foto, datata New York 1936, è quella di Cleto Locatelli, European Lightweight Champion, e la penna scrive: To Steve Klaus, my ablest trainer. Ablest: il più abile. Caspita, amici: siamo al cospetto di un “ablest”! E allora, va spiegato perchè è giusto considerare Klaus il più bravo coach mai capitato in Italia. Il romanzo della sua vita, interamente dedicata alla noble art, ce lo suggerisce.

 

Il lavoro nelle più celebri Academy di New York

Circolano notizie infondate su Klaus: una dice che era ungherese di famiglia ebrea. Niente affatto. Stephen Klaus nacque a Pittsburgh, in Pennsylvania, il 6 giugno 1904 da immigrati ungheresi  ferventi cattolici, lui stesso coltivò una devozione speciale per la Beata Vergine Maria. La boxe la apprese da un campione australiano di fine Ottocento, Young Griffo, disertando di nascosto dalla madre (il padre era morto) le lezioni di violino. Frequentò una palestra YMCA ma combatté da dilettante nei bantam assai poco, giacché un’ernia l’indusse all’insegnamento. Nel 1921 si trasferì con la famiglia a New York, dove cominciò a lavorare come istruttore alle dipendenze di Jimmie Kelley al West Side Boxing Club a Manhattan. Gene Tunney, l’ex campione del mondo dei massimi, allorché nel 1929 acquisì la palestra come sua nuova Academy, lo nominò presidente del club. Passò quindi allo Stillman’s Gymnasium nell’Ottava Avenue, a contatto col trainer Jimmy DeForest, uno che aveva gestito Stanley Ketchel.  Lou Stillman, nel dargli congedo nel novembre del 1937, vergò di suo pugno: “This is to certify that Mr. Steve Klaus has been in the employee at this gymnasium for the past five years and I have found him one of the finest trainers ever to enter this gym as for ability and honesty”.

Questo è di sicuro il quarto “clue”, quello che quadra il cerchio: la palestra di Stillman, un luogo dove si poteva fumare e il pavimento non veniva apposta mai lavato (l’acidissimo Lou la governava con una rivoltella a portata di mano), rimase aperta dal 1919 al 1959, frequentata da leggende del calibro di Dempsey, Carpentier, Carnera, Louis e Rocky Marciano.

 

Un americano a Roma: ma i nostri maestri non lo vogliono

Mentre dava il suo contributo alla Stillman’s, preparando “contenders” del valore di Tony Kocsis, Nathan Mann, Al Roth, Lou Ambers, Bob Olin e Barney Ross, Klaus ampliò il bagaglio esperienziale con due ingaggi al servizio del team olimpico ungherese. Nel 1932 a Los Angeles e nel 1936 a Berlino portò all’oro Istvan Enekes nei flyweight e Imre Harangi nei lightweight. Sia in California, ma ancora meglio in Germania, ebbe modo di conoscere il segretario della FPI Edoardo Mazzia. Klaus aveva curato alla Stillman’s tre nostri assi di briscola a caccia di dollari pesanti: Anacleto Locatelli, Aldo Spoldi ed Enrico Venturi. A Berlino, disse a Mazzia che poteva seguire le carriere di altri atleti che la Federazione gli avesse segnalato. Partì così, il 10 giugno del 1937, un accordo in tal senso, che presto si tramutò in un contratto da coach della Nazionale in vista dei G.O. di Tokio 1940.

Ci si potrà chiedere: ma perché Klaus si accontentò di uno stipendio mensile di 125 $ dalla FPI con un contratto dal 1° novembre 1937 al 28 ottobre 1939, quando a New York poteva guadagnare molto di più allenando professionisti di grido? Risposta secca: un gangster del racket degli incontri truccati gli aveva appena ricamato un foro nella giacca, in quanto si era negato al “fixing” di un match, rendendo obbligatoria la fuga scapicollata in Europa. Klaus, assieme alla moglie Anna, acciuffò il primo piroscafo in partenza e si trasferì a Roma, in un appartamento a viale Tiziano. Il 19 novembre 1937, nella palestra dello Stadio, venne presentato come Commissario Tecnico e rilasciò l’intervista di rito. Con sé aveva un book di ritagli di giornale e una valigia di medicinali, tra cui una miracolosa pomata per cauterizzare le ferite ai sopraccigli. Si recò quindi a Ferrara a vedere gli Assoluti. Lì entrò in contatto con i maestri indigeni, che davanti a lui erano come cannibali maori in presenza dell’”Uomo Bianco”. E piuttosto incapperati, anche. Infatti, la notizia dello sbarco dell’“Americano” alla guida della Nazionale aveva sollevato accese polemiche nell’ambiente, il succo dei discorsi ruotando sull’assunto: ma che gli è saltato in testa, a Mazzia, di andare a pescare un insegnante laggiù quando ne abbiamo tanti e ottimi qui da noi? Questo è un errore che il Fascismo autarchico non può fare!

I fatti avrebbero abbondantemente dimostrato che di passo falso non si trattava, anzi: fu quella la decisione più foriera di cose belle per le sorti del pugilato italiano.

 

Due ori, quattro argenti e quattro bronzi in tre Olimpiadi

Vero è che di maestri della qualità di Klaus, fino a quel momento, non se n’erano visti in Italia. I gerarchi della ‘Pugilistica’ volevano da lui che passasse ai nostri tutti gli upgrades della grande boxe a stelle e strisce, così da dominare nelle competizioni dilettantistiche internazionali  e produrre professionisti in  grado d’imporsi sui difficili ring d’oltre oceano. Klaus iniziò a tenere una serie di corsi che avevano lo scopo di forgiare istruttori con la sua impronta. Natalino Rea e Gigi Proietti, che poi l’avrebbe aiutato a salvarsi durante l’occupazione tedesca di Roma ospitandolo a casa sua, furono tra i primissimi diplomati. Saltarono i GO di Tokio per via del conflitto mondiale, ma   Klaus centrò successi prestigiosi nella sfida Golden Glove che poneva di fronte europei e statunitensi. Vari azzurri, fedelissimi del Mister, entrarono nel giro Golden: Nardecchia, Lazzari, Musina, Sergo, Peyre, il povero Chico Cortonesi.

Quindi l’Era Fascista finì. Klaus era pur sempre un americano doc, e l’occupazione delle truppe alleate lo vide principale artefice della ripresa delle organizzazioni pugilistiche nella capitale. Il 30 dicembre del ’44, il commissario del CONI Giulio Onesti lo ringraziò per lettera allegando un piccolo dono. Il 31 ottobre 1946 Mario Teodori gli propose un contratto biennale alla direzione della squadra nazionale. Da quel giorno, iniziò un periodo di platino. Sotto l’auge del nuovo presidente federale Bruno Rossi e con l’appoggio del segretario Mazzia, Klaus ebbe carta bianca. Lungo due quadrienni olimpici fu l’unico cittì straniero delle federazioni azzurre, e per di più della razza dei nuovi padroni. Continuò nel suo programma di raduni e corsi utili a testare i ragazzi migliori per il giro alto e a formare maestri per le palestre. All’Impruneta e a Porto Recanati, i raduni collegiali di Klaus funzionarono da scadenzario nel fitto calendario della Nazionale. Rullarono ulteriori sfide del Guanto d’Oro con assi sia nostrani che foresti, e tre formidabili missioni olimpiche a Londra, a Helsinki e a Melbourne.

Nel 1948, la rappresentativa italiana si dimostrò la numero uno del lotto, col lombardo Ernesto Formenti oro nei piuma e le medaglie di Bandinelli, Zuddas, D’Ottavio e Fontana. Nel 1952 il podio più alto arrivò grazie al peso leggero ligure Aureliano Bolognesi, sui gradini inferiori Caprari e Visintin. In Australia, nell’autunno del ’56, l’alloro fu solo sfiorato da Nenci e Bozzano. Klaus, dopo la morte improvvisa di Mazzia nel ’54, incontrava difficoltà ad imporre le proprie scelte. Lasciò lo staff azzurro. Raccolse il testimone Natalino Rea, cui toccò nel 1960 la soddisfazione di stravincere a Roma, raccogliendo i frutti del lavoro suo, certo, ma anche dell’opera inesausta di Klaus. Un insegnamento sia pratico, svolto sul campo, sia teorico, con la pubblicazione di libri tecnici che vennero a costituire la bibbia della boxe per più di una generazione di maestri.

 

Manager di campioni del mondo

C’è un aspetto importante nel lavoro di Klaus, ed è quello di avere diretto colonie professionistiche di notevole spessore. Da Busacca a Strumolo, da Cecchi a Jovinelli, da Tommasi a Picciau, da Agostino a Sabbatini, al commendator Borghi, tutti i più  accorti esponenti della boxe d’alto profilo lo stimarono e sbrigarono affari con lui. A parte i campioni yankee che allenò e ai quali fece da manager e procuratore (era amico del direttore di «Boxe Ring», Nat Fleischer, dei fratelli Chris e Angelo Dundee, del matchmaker Dewey Fragetta, dava del tu ai più grossi promoter americani), la sua ricerca e la valorizzazione di talenti italiani fu continua nel tempo. Già nel maggio del 1957  prese accordi con Giovanni Busacca per dirigere la palestra della S.I.S. aperta al Velodromo Vigorelli di Milano. Gli capitò tra le mani Duilio Loi, che Umberto Branchini aveva portato all’europeo dei leggeri: il pugile più amato d’Italia. Allorché Loi, nel giugno del ’60 in California, venne sconfitto per la prima volta in carriera da Carlos Ortiz, titolo NBA welter junior in palio, non c’era un’anima pronta a scommettere su una seconda chance concessa al triestino. Ma Klaus era amico di Benny Ford, il super-boss delle organizzazioni di San Francisco, e così rivincita e bella si disputarono allo Stadio di San Siro, vinte da Loi. Anche nel match con Eddie Perkins del 1962, che l’incoronò world champion dei welter leggeri, il buon Duilio si avvalse dell’assistenza di Klaus. Poi, insieme, i due si recarono al Santuario di Loreto dove lasciarono la cintura in dono alla Madonna.

Il secondo capolavoro arrivò pochi anni più tardi. Diremmo ancora più portentoso perché al titolo iridato scortò Sandro Lopopolo, testa fina per strategia ma una spanna sotto Loi per tecnica. Mondiale dei welter leggeri che il milanese strappò nel ’66 a Roma al venezuelano Carlos Hernandez e cedette nel ’67 a Tokio a Takeshi Fuji. Per non dimenticare l’apporto diplomatico di Klaus nelle trattative del doppio clash Mazzinghi-Dupas; o quello prestato in occasione dell’ultimo match sostenuto da Carmelo Bossi nel ’71 con Koichi Wajima in Giappone, paese dove Klaus fu sempre riverito e apprezzato.

Tra i pro’ che l’ebbero come manager, citiamo Mino Bozzano, Plinio e Bruno Scarabellin, i fabrianesi Primo Zamparini e Italo Scortichini,  Federico Scarponi,  Piero Del Papa, Mario D’Agata, Salvatore Burruni. La lista potrebbe tranquillamente continuare.

 L’insegnamento fino all’ultimo

“Allievo di Steve Klaus”: chi ancora si fregia con orgoglio di questo merito? Molti, e tutti buoni: di sicuro qualcuno ora ci legge. La docenza di Klaus rinverdì nel 1968 quando l’allora presidente Silvio Podestà lo volle a capo di un costituendo Centro Nazionale Insegnanti di Pugilato, con sede al Foro Italico. E fu da lì che partì la novella stagione didattica di Klaus, perennemente in viaggio in tutte le regioni per aiutare le palestre a rifornirsi di istruttori preparati. L’umanità  del maestro, la generosità, la modestia e l’assenza di atteggiamenti da prima donna, l’onestà intellettuale e la forza morale innestata nella profonda fede religiosa, catturavano immancabilmente gli allievi, e più di un pugile famoso iniziò la carriera di insegnante grazie a lui. Ad esempio Tore Burruni, che il 15 febbraio del 1972 superò gli esami a Porto Torres. Molte sono le fotografie di Klaus in visita a palestre sarde negli anni ’70 e ’80. Alcune lo ritraggono con personaggi come Fortunato Manca e Luciano Foddi, il che fa supporre che il legame con l’isola dei quattro mori sia stato fecondo. Ma anche a Coverciano, nelle amate Marche e in Romagna, al Centro Tecnico Federale di Fiuggi, nella palestra storica dello Stadio Flaminio, Klaus era di casa.

L’ultimo suo libro, il quinto, uscì nel 1978, con la novità di pagine rivolte alla ginnastica preparatoria per il pugilato. Lo stesso maestro, nella prefazione, raccomandava:«(è) la ginnastica più completa per sviluppare armoniosamente tutto il corpo e per dare anche equilibrio morale».  Elaborò infine un manuale ricco di disegni – The MiniBoxing. Exercise and Learn Self-Defence –, aggiornato al modo più moderno di concepire un salubre avvicinamento alla dolce scienza del colpire. Un testo che non venne mai pubblicato.

Steve si spense serenamente il 26 maggio 1992, nella villa di proprietà nei pressi di Roma. Ad accudirlo i familiari e la sua amatissima bambina dai riccioli d’oro. Quel frugolino grazioso che, un giorno d’aprile del ’49, scrivendo da casa al padre impegnato per lavoro a Porto Recanati, aveva precisato: «Nella tua ultima lettera scritta alla mamma c’erano quattordici errori di ortografia. Stai attento, caro papino; la mia maestra, ad una mia compagna di scuola, per otto errori ha dato zero, a te avrebbe dato sicuramente zero sotto zero».

di Marco Impiglia

Foto: ARCHIVIO FPI E COLLEZIONE PRIVATA

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