Il maestro…questo sconosciuto: Alberto Mancini raccontato da Emanuele Blandamura

Il maestro di boxe in molte situazioni prende per il pugile il posto del padre, il posto del fratello maggiore, quello saggio che conosce le insidie della vita. Nel nostro mondo sportivo il maestro  o il tecnico, parola con cui delimitiamo i suoi compiti, è come l’artista che inizia da un blocco di marmo o da un bozzetto per trasformarlo poi in un’opera compiuta, forse un capolavoro…ai posteri l’ardua sentenza. Esistono vari tipi di insegnanti: da quelli che gestiscono quasi sempre una loro palestra a quelli, che magari hanno un lavoro e vengono in palestra perchè dentro di loro arde una passione che non si estingue mai. Per certi versi sono dei “missionari”, di cui qualche volta si ricordano i loro allievi. E’ un po’ il caso di Alberto Mancini che forse intravide prima di tutti le capacità di un bulletto che si presentò un lontano pomeriggio nella palestra di Guido Fiermonte a Villa Ada. C’era da lavorarci, da perdere tempo, ma da una buona semina esce un buon raccolto. Nacque lì Emanuele Blandamura pugile con la sua rabbia interiore dovuta alla vita e alle situazioni che la vita presenta round dopo round, giorno dopo giorno. Ebbene Mancini in qualche maniera era sempre dietro l’angolo, quasi a vigilare che la sua “missione” si compisse. Oggi “il vecchio” maestro ha 85 anni ed è bello ripercorrere con lui un percorso parallelo che continua ancora oggi tra consigli e ricordi. Lui ha compiuto tutta la trafila cominciando da pugile, spinto dal fratello che aveva una macelleria dove lavorava e imparava il mestiere. Il banco di macelleria si trovava in via Locchi ai Parioli e fu proprio lì che Alberto conobbe Gianna, 23 anni lui e 17 lei. Si sono innamorati e sposati dopo 10 anni di fidanzamento. Avrebbe voluto un figlio maschio ma ha avuto due femmine che adorava e che lo adoravano. Il legame con Barbara, una delle figlie, si rafforzò anche attraverso la boxe, visto che la ragazza si era iscritta in palestra ed era anche molto brava, ma la nascita di una femminuccia, il lavoro e gli impegni della vita interruppero il “legame sportivo”, ma non certo quello affettivo. Mancini passò professionista nel 1958, era un pugile completo. Esordì battendo a sorpresa l’umbro Franco Antonini che aveva disputato più di 40 incontri pareggiando tra l’altro anche con il grande Duilio Loi. Non accettava incontri facili Alberto, i suoi match con Gianpiero Torreggiani ed Epiphane Akono, uno dei migliori in Europa, rimasero scolpiti negli spettatori di quell’epoca. Battere poi gente come Padovani, Caruso e Cavalieri, abituati a contendersi il titolo italiano, facevano prevedere per lui una carriera luminosa. La famiglia e il lavoro, però, non gli permettevano un adeguato allenamento per cui decise di abbandonare nel 1962. Alberto era un bell’uomo e corteggiato dalle donne, dicono che persino Delia Scala, nota attrice-cantante-soubrette s’innamorò di lui. Non combatteva più, sul ring ci saliva ugualmente, ma per insegnare l’abc della boxe e i sani principi della vita. Insegnava nella palestra di Guido Fiermonte, ma era richiesto anche per altri sport tanto da seguire all’epoca Attilio Volpe, campione di kickboxing, oggi maestro di pugilato. Fu proprio nella palestra di Fiermonte che iniziò un rapporto tra Emanuele  e Mancini solido come quello di Micky e Rocky Balboa. “Lui mi ha insegnato qualcosa che non si impara in palestra” tiene a precisare Blandamura che continua: “Gli piaceva ripetere, e lo fa ancora oggi, che la boxe è il più bello sport del mondo, dove testa e cuore pagano sempre”.

“Alberto Mancini trascorre le sue giornate nella casa di via Ruggero Leoncavallo e lotta con il suo grande avversario, il tempo e gli acciacchi dell’età, ma sempre con il cuore mai domo, proprio come mi ha insegnato. Un abbraccio mio maestro…tvb” conclude Blandamura.

 

 

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